[Pac-Man] Riflessioni

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Pac-Man

Oggi ho passato una giornata con la mia famiglia.

Un giorno come tanti altri.

Ed ecco che il mio “quasi” nipote di quasi dodici anni dice: “ah si, sono andato al game show ed ho visto che i vecchi giocavano con una palla gialla con una strana macchina“.

Ora, dopo qualche domanda ho scoperto che il gioco in questione era niente meno che Pac-Man.

Non so bene se sia l’ego “da vecchia” a parlare oppure il fatto che la nuova generazione non conoscesse Pac-Man. Ma sono rimasta quasi sconvolta.

Personalmente, non l’ho mai giocato assiduamente, e fino ad oggi, l’ho sempre e solo considerato come “modello” per iniziare a programmare dei videogiochi.

Pac-Man

Nonostante tutto rimango dell’opinione che “un vero nerd” deve conoscere le basi e rispettare le fondamenta di ciò che oggi è il videogioco.

Insieme a Mario Bros, Tetris, Space Invaders, Bubble Bobble, Prince of Persia, Street Fighter ecc, Pac-Man fa parte dei “nonni” della nostra generazione, ed è importante che i giovani conoscano queste icone storiche.

O forse sono io ad esagerare? Eppure sono nata nel 1988; il gioco è uscito nel 1980 e, come tanti della mia generazione, l’ho testato grazie alla console GameBoy. Credo che Nintendo stia facendo molti sforzi per portare i vecchi giochi arcade su Switch, quindi la nuova generazione non dovrebbe avere molte scusanti.

Purtroppo però, anche se triste ma vero,  la storia dei videogiochi sta scomparendo. Ed è una storia culturale, a rischiare l’oblio. Il gaming, infatti, non è soltanto un mercato che nel 2016 ha raggiunto per la prima volta i 91 miliardi di dollari di fatturato.

Al prodotto di consumo di massa si è associata, e da decenni, una vera e propria forma d’arte da tutelare. Prima di tutto perché la rapidità del ricambio tecnologico rende presto obsoleti i supporti materiali su cui averne esperienza. E se è vero che una cartuccia per un sistema Nintendo o un gioco da bar anni 80 si può “emulare”, cioè replicare, oggi perfino su un comune browser in rete, più difficile è ricrearne il feeling, le sensazioni, le tante imprecisioni nella leva direzionale o nei pulsanti che li rendevano sfidanti, e ne racchiudevano il fascino.

 

Preservare la storia del gaming è importante

Il videogioco è un’opera d’arte perché come tale deve essere trattato. Quanti davanti ad un quadro dicono che è bello pur non sapendo niente sull’arte? E quanti davanti ad un videogioco dicono che è bello pur non sapendo cosa siano il comparto tecnico, sonoro, grafico e artistico? Tante, tantissime persone e lo fanno semplicemente perché anche nella loro “ignoranza” quel determinato quadro o videogioco gli ha trasmesso qualcosa nella sua totalità perché quella determinata persona possa aver espresso il suo parere.

La differenza è solo che la pittura è una forma d’arte riconosciuta, mentre il cell shading no. Viene considerata arte anche quella cinematografica e perché? Per la regia? Per gli effetti speciali? Per la bravura degli attori nel recitare la loro parte? Tutte queste cose sono presenti anche nei videogiochi già da un bel po’ di tempo.

Infine, penso che sia importante insegnare ai giovani ciò che erano i videogiochi, come sono nati, e come oggi siamo arrivati a questo punto. Non esistono soltanto quadri e sinfonie, ma anche tante altre forme di espressione artistiche di rilievo, come ad esempio i videogiochi.

Appassionata di giochi di ruolo giapponesi, genere che ha scoperto grazie alla saga Final Fantasy e approfondito con i capolavori usciti negli ultimi anni, s’interessa al retrogaming, rigiocando vecchie glorie come Monkey Island, Prince of Persia o vecchi capolavori marchiati Nintendo. Antonella comincia il suo percorso giornalistico in Italia, lavorando con Gamerepublic, PS Mania e Pokémon Mania. Si trasferisce in Francia per studiare la programmazione web : grazie a questo percorso anomalo ecco che nasce Game Universe.

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